Il sondaggio

Perché non leggo?

a cura della redazione

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Inaugurare questo programma, Il sondaggio, con una indagine che chiede candidamente “Perché non leggo?” rischia di sembrare un esercizio ozioso, paradossale, se non addirittura inutile.

Perché? Diciamoci la verità, con il rigore dell’osservazione e senza sconti:

  1. chi non legge non è affatto attratto da un’emittente che si intitola Radiolibro
  2. chi non legge, molto spesso, non si pone neppure il problema della lettura
  3. chi non legge non viene certo a raccontarlo a noi, su queste pagine o sulle nostre web-frequenze.

E allora, perché farlo?

Proprio per questo motivo. Perché l’eventuale silenzio, la scarsa partecipazione, lo scarto tra l’offerta culturale e la risposta del pubblico rappresentano, in realtà, la radiografia più spietata e veritiera dello scenario in cui ci muoviamo. In Italia, la relazione con la lettura non è in crisi: è spesso un territorio inesplorato o un’assenza strutturale.

Per comprendere la portata di questo fenomeno, basta guardare i numeri nudi e crudi dell’industria culturale certificati dalle fonti ufficiali. Da un lato, il sistema editoriale produce a un ritmo impressionante: i dati dell’Associazione Italiana Editori (AIE) documentano una macchina instancabile che immette sul mercato oltre 85.000 nuove novità editoriali all’anno, traducendosi in un flusso continuo di centinaia di titoli pubblicati ogni singolo giorno.

Dall’altro lato, lo specchio della realtà sociale restituito dalle indagini statistiche dell’Istat racconta un paese in cui la pratica della lettura strutturata fatica ad ancorarsi nel tessuto quotidiano. Le rilevazioni mostrano che a fronte di questa iper-produzione, una quota consistente della popolazione italiana non legge neanche un libro all’anno, e la platea dei lettori si sfilaccia rapidamente: gran parte di chi legge si ferma a pochissimi volumi l’anno, mentre i “lettori forti” (coloro che leggono 12 o più libri all’anno) rimangono una minoranza esigua.

Ci troviamo di fronte a un cortocircuito evidente: un’offerta sterminata e ipertrofica che si scontra contro una domanda fragile, frammentata e spesso respinta da barriere sociali, culturali e temporali.

Eppure anche quanto asserito non è completamente vero, nel senso che anche la questione del “leggere”, alla luce della tumultuosa evoluzione tecnologica, appare lacunosa, superficiale.

Non c’è mai stato un umano che abbia decodificato tanti segni scritti in un giorno come un pendolare del 2026 a Torino. Un contadino del 1926 leggeva forse 500 parole al giorno: messa, qualche lettera, il prezzo al mercato. Noi ne decodifichiamo 20.000-30.000: insegne, notifiche, “caption”, sottotitoli, bugiardini, contratti da accettare, “thread”, chat di lavoro. Dal punto di vista del nervo ottico e di Broca, siamo i più grandi lettori della storia. Cosa cambia è il contesto del risultato. E qui le neuroscienze entrano in gioco.

Quella dei cartelli e dei social è una decodifica rapida con conseguente azione di scarto. Il cervello legge per decidere in 0,3 secondi sull’utilità di un contenuto: poi “butta”. È una lettura di ricognizione. La lettura di un libro, invece, è decodifica lenta tesa a una costruzione. Occorre tenere in memoria un personaggio per 200 pagine, collegare una causa a pagina 20 con un effetto a pagina 180. È l’unica attività che allena davvero la corteccia prefrontale a inibire la risposta immediata. Maryanne Wolf la chiama “deep reading”: non è più lettura, è un’altra funzione cognitiva che usa la lettura come palestra.

Qui entra il gioco la differenza del meccanismo di ricompensa. Quando i nostri occhi inquadrano post sui social o i contenuti sulle insegne luminose, si ha la produzione di dopamina immediata: la “pratica” viene rapidamente gestita e archiviata: ” Ho letto, ho capito, ho scrollato“. In un libro la gratificazione è ritardata. “Ho letto, non ho ancora capito dove mi porta, devo restare nel dubbio”.

Considerare il funzionamento di questi meccanismi, ci porta a una riflessione sull’attività del leggere molto più profonda, che interessa aspetti bel oltre le brame di vendita editoriali e ci spinge a riconsiderare l’intero sistema cognitivo, educativo, comunicativo e relazionale della nostra specie. Una banalità come esempio: cosa comporta creare “book trailer” di un libro se il processo cognitivo prodotto usa circuiti diversi? Posso promuovere un ristorante per vegetariani attraverso uno video dove inquadro carne e animali allo spiedo?

Procediamo, però, con ordine e per gradi, perché, come avete facilmente intuito, questa nostra indagine, in realtà, è un “trappolone” antropologico e non da poco.

Abbiamo strutturato il nostro primo modulo di indagine non per raccogliere numeri da esibire, ma per mettere a fuoco le ragioni profonde di questa distanza, cercando di suscitare un moto più intimo, più riflessivo, più introspettivo, uscendo dalla logica “accusatoria” dello stigma negativo, che contraddistingue chi legge. Partiamo dal presupposto che chi non legge ha le sue buone ragioni, che dobbiamo comprendere e non giudicare.

Questo è uno degli aspetti che rileviamo in molte delle indagini sul tema. Si parte, in modo scientificamente non accettabile, da un contesto che vede chi non legge come non allineato a una pratica diffusamente percepita come virtuosa, solo perché tale giudizio è imposto dall’alto. Per esempio: pochissimo si sa su come chi legge lo faccia, come scelga le letture e che incidenza abbiamo sulla sua espressione esistenziale.

Le opzioni che proponiamo a chi decide di fermarsi un istante a riflettere non cercano giustificazioni, ma intercettano le vere faglie della nostra quotidianità:

  • la frammentazione del tempo: la preferenza per flussi di consumo rapidi, video e notizie brevi, che polverizzano la capacità di attenzione prolungata
  • la percezione scolastica o solitaria: l’idea che la lettura sia un obbligo o un impegno gravoso da aggiungere alla stanchezza di tutti i giorni
  • il divario dell’offerta: la sensazione che i libri spesso non sappiano parlare del vissuto reale o aiutare a decifrare il presente.
  • la sostituzione mediatica: l’efficacia percepita di altri mezzi (podcast, serie TV, documentari) nel soddisfare il bisogno d’intrattenimento o informazione.
  • il contesto sociale: la mancanza di una comunità o di un ecosistema circostante che alimenti e condivida la pratica del leggere.


Buona visione, buon ascolto, buona lettura e…buona partecipazione.


La prima puntata del programma “Il sondaggio” si concentra sulla ricerca dei motivi, per cui le persone tendono a non leggere più, o meglio, a non leggere più parole su carta stampata.
Il fenomeno, che fino a poco tempo fa appariva come un ozioso mantra caro più al settore editoriale che a quello istituzionale e della società “civile”, ora si tinge, complice la pressione evolutiva tecnologica, di sfumature neurologiche, antropologiche e sociali da non sottovalutare.

Come sovente accade si confondono le cause con gli effetti oppure ci si concentra sui risultati, ignorando nel modo più assoluto cosa possano rivelare le cause di certi comportamenti, ammesso di volerle indagare.
Il “si legge poco” ora potrebbe apparire ancora più banale, addirittura inutile, se non lo si unisce al “perché”.
Ecco, quindi, che gli orizzonti si ampliano e la prospettiva coglie aspetti inediti e inquietanti.

Parafrasando Asimov non abbiamo che l’imbarazzo della scelta nel scegliersi la catastrofe, che maggiormente minaccia la nostra specie, costituita da collettività, che come treni procedono spediti ignari di poter deragliare, concentrati solo sulla loro destinazione, come se non appartenessero a una rete, che è formata dall’interdipendenza di tutte le linee, che formano il sistema. Una frazione di secondo sembra possa durare l’attenzione verso ciò che non sia la percezione di un diretto vantaggio per il singolo.

Si chiama ignoranza: è la nuova povertà, la nuova peste del millennio, che si va diffondendo con una incredibile velocità.
È una patologia epidemica caratterizzata da tre sistemi di contagio. Il primo, che deriva dalla povertà visibile e materiale, è l’impossibilità per platee sempre più ampie di accedere alle informazioni. La seconda, più subdola, si manifesta con la privazione del senso critico, derivante da stili di vita “poveri” di tempo lento e condizionati da schemi impartito dall’alto. La terza risiede nelle variazioni funzionali fisiologiche delle modalità cognitive, comunicative e di relazione, risultato dell’esercizio predatorio e speculativo della tecnologia e della politica, scenario in cui scienza e cultura o sono sottomesse o sono nemiche.

Coordinate di questa pagina, fonti, collegamenti, approfondimenti e politica di utilizzo della IA.

Titolo: Perché non leggo?
Programma: Il sondaggio
Sezione: Il sondaggio, Anterpima
Autore:  redazione di Radiolibro
Ospite:

Codice: ICOMRAD2608141239MAN
Ultimi aggiornamenti: 14/08/2026.
Pubblicazione in rete: seconda stagione, 14/08/2026.

Proprietà intellettuale: INFOGESTIONE s.a.s
Fonte contenuti: INFOGESTIONE – Radiolibro o come diversamente descritto nelle didascalie
Fonte immagini: Archivio INFOGESTIONE – Radiolibro o come diversamente descritto nelle didascalie.
Fonte video e contenuti multimediali: Archivio INFOGESTIONE – Radiolibro o come diversamente descritto nelle didascalie o nei titoli di coda dei video

Collegamenti per approfondimenti inerenti al tema: –

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